Il Partito Democratico stenta a decollare. I limiti di identità prêt-à-porter

Carissimi amici e amiche del Partito Democratico,
le dimissioni di Walter Veltroni, improvvise e inaspettate, colgono il nostro Partito nel pieno di una crisi la cui soluzione si annuncia difficile e complessa. Mi convincono poco le argomentazioni di chi fa risalire la crisi alla vecchia malattia correntizia di tanti partiti della prima Repubblica. Più che correnti, le attuali, mi appaiono venticelli, residui di una tramontana che ha accatastato, qua e là, scorie e detriti di un non recente passato. Le correnti, pur se non ufficialmente, esistevano anche nel vecchio Pci, partito in cui ho militato per tanti anni e ho dato il meglio di me stesso. Erano tuttavia alte correnti di pensiero al cui interno operavano straordinari dirigenti di quella grande forza popolare e democratica della democrazia italiana, di cui, il Presidente Giorgio Napolitano, ne è un esempio. Anche molti limiti nella capacità di comprendere l’evoluzione dei tempi della politica nel contesto europeo e mondiale. (Non ho mai compreso a fondo i ritardi con cui condannammo la degenerazione del comunismo europeo e mondiale e ho pagato per ciò e a suo tempo, un prezzo durissimo).
Rimasi tuttavia in quel partito, ai miei occhi, l’unica vera alternativa riformatrice e socialista del nostro paese.
Correnti di pensiero, quindi, da cui, anche nello scontro più duro e drammatico, emergevano alla fine sintesi di grande valore: fare opinione, costruire il consenso, vincere la battaglia delle idee e della ragione. Queste di oggi mi sembrano un’altra cosa: solo il pudore di una lunga militanza arresta il mio dire. E non mi convincono gli appelli a non litigare, a non farsi del male, quando vengono, anche soprattutto, dai troppi che hanno operato all’ombra di consolidati e più o meno appariscenti privilegi. I lacrimevoli appelli all’unità da chi ha tutto avuto senza particolari meriti di impegno umano e intellettuale al servizio dei cittadini e della nazione, in Italia e all’estero, sono rintocchi di uno stonato campanaccio. Il fallimento non sta in un’astratta mancanza di rinnovamento, la teoria di coloro che tutto sanno senza aver nulla prodotto. Rinnovamento possibile, come e perché, questa è la domanda, se è mancata una politica di formazione e selezione dei quadri dirigenti. Se a uomini e donne dotati di coraggio e di pensiero innovativo, si è spesso risposto con la promozione di altri: servizievoli e accondiscendenti. Se è quindi mancato il confronto, lo scontro anche duro, il metodo più consono a fare scaturire l’unità delle idee, a creare, in definitiva, un comune sentimento culturale e politico. L’appello all’unità senza tali premesse, è vacuo e stantio.

LE RECENTI SCONFITTE ELETTORALI
Il voto a Roma, poi in Abruzzo e ultimamente il voto sardo ci insegnano  pure qualche cosa. Il candidato alla presidenza, l’uomo, Soru,  simbolo del rinnovamento di cui si ipotizzava persino una possibile guida futura del nostro partito, sconfitto da un perfetto sconosciuto il cui unico merito consiste nell’appoggio e ell’amicizia con il premier Berlusconi. Perché?  Tutto merito del potere informativo e di massa, ove pure Berlusconi è il pifferaio magico e produce i guasti a cui tutti assistiamo impotenti e attoniti. Non sono convinto. C’è di più e dell’altro. La sciagurata decisione, a me così sembra, di ripresentare pochi mesi dopo lo scoppio di una drammatica crisi dentro il partito democratico sardo, tale da costringere il presidente Soru alla dimissioni  e alla resa,  la stessa coalizione al giudizio delle elettrici degli elettori. Non poteva che finire così. Qualcuno mi dovrà spiegare il perché. E vorrei capire le procedure sostanziali con cui sono stati scelti i candidati e le candidate. E ciò vale anche per Firenze, per quelle atipiche e singolari primarie in cui tutti si presentano al seggio, lasciano un nome e un cognome, e poi se ne vanno. E non mi si faccia credere a Matteo Renzi, moderno donchisciotte sceso in campo a sconfiggere le armate della nomenclatura romana. E’ stata, almeno così io lo vista, una lotta di un palazzo fornito e potente contro altri palazzi. Una lotta dalle regole confuse e incerte in cui il vincitore è indubbiamente giovane, ma non nuovo, anche se ha probabilmente potuto in parte godere di un parvenza di novità. A Matteo Renzi l’augurio più sincero e appassionato perché possa vincere la sfida vera dell’unica importante primaria che ci aspetta: il giudizio del popolo sovrano su chi dovrà guidare, dal prossimo giugno, la città della cultura e del sapere. Vale per Firenze. Vale per ogni città o regione dell’Italia, dell’Europa e del mondo.

LA COSTRUZIONE DEL PARTITO DEMOCRATICO IN EUROPA
Il partito democratico, nato per unire la migliore tradizione progressista e riformatrice della democrazia italiana, stenta a decollare. Non mi convincono le ragioni da alcuni addotte. Un misto di verità rivelate, di scontri a me sconosciuti, contrassegnati da verdetti inappellabili sul come e sul perché. Troppe certezze, molto politichese e poca umiltà. Oltre al linguaggio oscuro di chi non sa guardare innanzitutto dentro se stesso, dentro i limiti e i pregi che ognuno di noi porta al confronto con gli altri, per crescere assieme e guardare avanti. Ci sono tante cose da dire sulle vicende che ci hanno accompagnato negli ultimi anni. Sul perché e sul come, qualcuno o qualcuna, è sempre più uguale degli altri, sul chi e perché può indicare i candidati ritenuti più in gamba, credibili e migliori.

LA STRADA MAESTRA PER IL RINNOVAMENTO
Si parla di tante cose, della presenza in Europa di baroni delle tessere e dei voti, a me sconosciuti, impegnati a bloccare un necessario rinnovamento. Ho fatto parte dell’esteso volontariato e di massa che è storia e orgoglio della comunità italiana in Europa e nel mondo fatta da uomini e donne, operai, tecnici, insegnanti, ricercatori, che al lavoro professionale quotidiano hanno aggiunto l’impegno, la passione partecipativa per cambiare i destini della nostra comunità. Persone dal grande cuore, dalle più svariate esperienze, appartenenze culturali e politiche, che nella diversità hanno saputo costruire l’unità.
E ciò che è stato determinante per i successi del recente passato, lo è per l’oggi e lo sarà per il futuro. Perché una classe dirigente non si costruisce a tavolino con “accurate campagne d’immagine e di marketing” . Quella sarà una classe dirigente evanescente, priva di progettualità politica, destinata a soccombere ai primo attacchi degli avversari. Una classe dirigente autorevole si costruisce giorno dopo giorno nei luoghi di lavoro, nelle associazioni e nelle istituzioni. Il Partito democratico deve attingere il suo personale politico dalle realtà “vere” di oggi: territoriali, professionali e generazionali.
E per quanto riguarda l’identità del Partito democratico, di cui tanto si parla, posso solo dire che definirla non sarà semplice, perché l’identità per sua natura è sfuggente e ambivalente. Ma non potrà essere identità prêt-à-porter. L’identità di un partito è il suo programma politico, le sue relazioni internazionali, i valori che lo animano, la sua vita interna, la sua proiezione esterna. E soprattutto si manifesta con gli uomini e le donne che lo dirigono. Un grande Partito democratico, dei tanti e dei veri, si può costruire!

On. Gianni Farina
19 febbraio 2009