La Resistenza, un messaggio di amore e fratellanza

Tutte le manifestazioni del 25 Aprile assolvono al sacro dovere di celebrare la Resistenza come l’atto fondante della libera e civile democrazia italiana, a difesa della memoria del passato, per guardare al futuro con l’ottimismo della volontà di chi sa di essere portatore di valori grandi e universali.
Siamo tutti eredi di quella drammatica e gloriosa vicenda cui dobbiamo molto della nostra crescita umana e civile. Mai nella storia così tanti dovettero tanto a così pochi. È una affermazione di Winston Churchill in riferimento agli aviatori inglesi, in gran parte vera anche per le drammatiche vicende della nostra resistenza.
Vuole il destino che la celebrazione del venticinque aprile sia avvenuta quest’anno nei giorni pasquali. Per i credenti, il giorno della resurrezione del Dio fatto uomo, per i liberi pensatori, il martirio dell’uomo che per primo nella storia predicò l’amore e la fratellanza tra gli uomini. Per credenti e non, un messaggio vivo e vitale ancora oggi.
La Resistenza è stata un messaggio di amore a fratellanza, la lotta di uomini e donne che riscattavano il tricolore, la bandiera della Patria, immolando se stessi al grido della libertà. Non guerra civile, come certa storiografia revisionista, speculando su particolari e gravi fatti, vorrebbe farci credere. Al contrario, lotta di popolo (350 mila uomini e donne, di cui, sessantamila caddero in combattimento e oltre trentamila rimasero mutilati e invalidi) contro l’orda nazista scesa dal nord ad occupare la nazione dopo l’Otto Settembre del ‘43, e i suoi servi fascisti immiseriti ai compiti più odiosi e volgari.
Lotta di eroi malgrado loro, di uomini e donne il cui unico odio era verso la guerra e verso quelli che l’avevano perseguita attraverso messaggi di dominio e odio razziale. Erano comunisti, socialisti, cattolici, liberali, monarchici persino, organizzati nelle brigate Garibaldi, Matteotti, di Giustizia e Libertà. Erano ufficiali e soldati come i settemila massacrati o periti in mare a Cefalonia dopo l’Otto Settembre del ‘43, unicamente colpevoli di assolvere al loro dovere nei confronti della Patria. E fra i tanti vorrei ricordare i resistenti fuoriusciti: Ernesta e Luigi Campolonghi, Dario Maffini, fondatore dei Garibaldini di Francia, Schiavetti, Di Vittorio, Sportelli, Squarzi, Buozzi, Amendola, Pertini, Terracini e, permettetemi, pure il carissimo zio Lino Farina, il vice comandante della Brigate Garibaldi, al cui insegnamento ho appreso il valore della resistenza alle ingiustizie e della liberta.

Il riscatto nel Risorgimento italiano
Sono intrisi nella nostra memoria i massacri dei civili innocenti:
i settecento di Marzabotto, i 335 delle Fosse Ardeatine, i trentadue di Boves, i sette fratelli Cervi strappati brutalmente al lavoro dei campi. Che sia a tutti leggera la terra nel mondo dei giusti e dei puri. Dopo il periodo buio del totalitarismo fascista, la lotta dei coraggiosi, arricchita dalla virtù dei forti, riscattava le pagine intrise di gloria del risorgimento italiano che intendo ricordare qua oggi nel 150° dell’unità della Patria: dalle Cinque Giornate di Milano, alla Repubblica Romana, soffocata nel sangue da Napoleone terzo, sceso a proteggere e restaurare il potere temporale del Papa, e i cui combattenti, guidati da un grande patriota del nostro risorgimento, Giuseppe Mazzini, da Giuseppe Garibaldi e in cui morì, combattendo, il giovane Goffredo Mameli, l’autore del nostro inno nazionale, diffusero in tutta la penisola e oltre, verso l’Europa, l’intenso profumo della liberta, della giustizia e della solidarietà tra i popoli.
Nascevano, allora, la “giovine Italia e la giovine Europa” del grande Mazzini,  il cui messaggio è ancora oggi vivo e vitale, nell’arduo compito che attende tutti noi: costruire una Europa Unita e solidale che sappia assolvere al suo ruolo storico nel mondo, pescando nei tanti valori positivi, dalla notte dei tempi ad oggi, di cui è ricca la sua storia. Sì, la Resistenza riscattò le pagine più gloriose del risorgimento italiano e gettò il seme da cui scaturì l’albero fiorente della democrazia: la Costituzione della Repubblica con i rami dei suoi principi fondamentali, fra i quali, l’articolo uno, definisce l’Italia repubblica democratica, fondata sul lavoro.
I milioni di lavoratrici e lavoratori che sono andati per il mondo in cerca di lavoro, i figli della diaspora e dell’esodo, come voi, che hanno vissuto le esperienze della solitudine e spesso, della discriminante emarginazione, sono, ai miei occhi, i combattenti della resistenza del Dopoguerra italiano.
A quelli che più non sono tra noi, a tutti i nostri compatrioti, ovunque essi sono, il nostro più affettuoso ringraziamento, saluto e ricordo. Ditelo, ai nostri giovani e alle nostre ragazze: il diritto allo studio e al lavoro, a vivere in un mondo di conviventi e solidali, ove la libertà è quella che ti porta a difendere ogni persona che non la pensa come te, sono le conquiste che ci hanno tramandato i padri della Patria repubblicana.

C’è bisogno di memoria
Conquiste che vanno difese ogni giorno dai rigurgiti razzisti e xenofobi che ritornano a far sentire il loro rabbioso, maniacale,  pensiero. C’è bisogno di memoria, per ristabilire il valore del lavoro, di una vera giustizia che colpisca i rei di quelle morti bianche di cui è seminata la storia dell’Italia e della nostra emigrazione sino ai nostri giorni. C’è bisogno di memoria, per tramandare la drammatica epopea di Marcinelle, di Mattmark, di Monongah, di Aigues Mortes alle fangousse Marsigliesi, ove perirono centinaia di lavoratori italiani, caduti nella tragica guerra per la sopravvivenza dei poveri, delle tante vittime sconosciute dell’amianto, come sui cantieri e nelle fabbriche.
C’è bisogno di memoria, per difendere la natura del creato dalla violenza senza limiti di chi la vuole assoggettare al suo dominio, come anche Fukushima insegna, e alle cui vittime inchiniamo commossi le nostre bandiere. C’è bisogno di memoria, per costruire una Italia federale che rinsalda l’unità della nazione, combattendo gli egoismi e le divisioni fratricide,  a difesa delle minoranze più povere e bisognose. C’è bisogno di memoria, per una giustizia uguale per tutti, che sappia difendere e proteggere gli umili e condannare i potenti e i prepotenti ovunque essi si annidano.

Difendere la dignità di Giudici e Magistrati
Bene ha fatto - grazie, caro Presidente Giorgio Napolitano - ad elevare la sua voce a difesa della dignità di giudici e magistrati dai brutali attacchi di questi giorni, servitori dello stato che hanno sacrificato i migliori di loro a difesa della libertà e della democrazia, fra tutti: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. C’è bisogno di memoria, per perseguire quella pari dignità tra i diversi che è il valore fondante su cui costruire un rapporto convivente e solidale con la nuova immigrazione. Guardare alle rivoluzioni popolari dell’altra parte del Mediterraneo con la giusta preoccupazione di dover governare i nuovi esodi di massa a cui deve rispondere, con atti concreti, una Europa unita e consapevole, ma anche con la certezza che quanto sta accadendo è il frutto di un seme antico: quello che hanno gettato i resistenti tanti anni fa.
Il seme che ha attraversato il mare resistendo al forte vento del ghibli ed è fiorito laggiù, tra le sabbie e le dune del deserto, perché era un seme forte. Si chiamava libertà, convivenza, giustizia, solidarietà e  pace. Possiamo alzare, alti e forti, i canti che fanno parte del patrimonio comune e popolare della nostra storia: l’inno verdiano, il va, pensiero della patria perduta e l’Inno Nazionale  di Goffredo Mameli della patria ritrovata.
Al popolo italiano, in Italia e tra noi nelle terre d’Europa e del mondo.
Per i nostri figli e per quelli che verranno.
L’avvenire è nelle vostre mani.
Costruitelo con dignità, passione civile e umana.
Viva l’Italia!

On. Gianni Farina
*Discorso alla Celebrazione del 25 aprile 2011 a Zurigo