La storia siamo noi

Care amiche e cari amici, care e cari democratici, con questa mia riflessione sulla storia dell’emigrazione italiana , il più sentito augurio di “Buon Natale e Buon Anno”.  
Brava, la Rai, in queste settimane di fine anno, a trasmettere storie dell’emigrazione italiana del dopoguerra. Volti di giovani già vecchi. Induriti da solchi di rughe profonde, rinsecchite e bruciate dal sole. Visi da storie di vita.
L’esodo di massa racchiuso in un fazzoletto di terra alla stazione ferroviaria di confine di Chiasso. Le centinaia che attendono, disciplinatamente, in fila il turno per la visita medica. Già: occorre essere in buona salute per accedere alla terra della Confederazione Elvetica, o più su, nelle terre della Lorena , dei franchi,  dei germani e dei valloni...
La storia dei nostri emigrati. La baracca, la lingua sconosciuta: fredda, metallica, l’incomprensione, l’isolamento, la freddezza, il vuoto e l’astio che ti si crea attorno. Il coabitare, il vivere, il cercare di capire la terra che ti ha ospitato. E in più, spesso, il sangue versato. La tragedia di Mattmark, i tanti morti nei budelli scavati per collegare popoli e nazioni con la tenace e rabbiosa violenza di chi ha sempre versato  lacrime e sudore. I muri di cemento ad arrestare i corsi d’acqua alpini. Le vittime dell’intolleranza nel pieno della campagna xenofoba di Schwarzenbach in Svizzera, di cui, un giovane valtellinese massacrato in un bar di Zurigo, ne divenne simbolo e futura testimonianza. E poi, Marcinelle, il luogo simbolo di ogni tragedia, assunto a ricordo del sacrificio italiano nel mondo. Riaprire gli occhi sul nostro passato per non ripetere le stesse malefatte di cui siamo stati vittime: le preclusioni, i discrimini, l’astio, forieri di nuove e antiche violenze.
Torino: una giovane ragazza, perduta la sua innocenza, non trova di meglio che una falsa denuncia di stupro per salvaguardare il sogno infranto di una giurata fedeltà. Reo del crimine è, naturalmente, un nomade residente nel fatiscente campo alla periferia  torinese. Guidati dai famigliari della presunta vittima, un centinaio di violenti organizza la fiaccolata di protesta contrassegnata da atti di  violenza fisica e morale. Aggressioni a giovani imberbi, crudeltà e pestaggi persino su bambini indifesi e atterriti, l’incendio del campo nomadi, che solo per un benevolo destino, non provoca vittime e ulteriori drammatiche conseguenze.
Firenze, la città della cultura e dell’arte arricchita dal  genio creatore di Leonardo e Michelangelo, assiste, attonita, all’ennesimo crimine dell’intolleranza e della violenza xenofoba: l’estremista razzista  che abbraccia il fucile, spara e uccide con lucida follia, lascia sul terreno due vittime e altre ferite che fuggono sopravvivendo alla sua furia omicida. Erano senegalesi, giovani e colmi di speranza per aver trovato la terra di un nuovo mondo ove realizzare i loro sogni dopo essere sfuggiti alla miseria delle infuocate terre africane delle origini.
Torino e Firenze, già capitali della giovane Italia del secolo diciannovesimo, hanno reagito con lo spirito partecipativo e solidale dei loro cittadini. L’Italia democratica si è unita a loro.Non vorrei, tuttavia, che la condanna del mostro razzista si limitasse alla protesta ogni qualvolta esplode con la sua furia omicida. Tocca a noi, a ognuno di noi, ricostruire la memoria della nostra patria, indicare  il sogno virtuoso di una   società convivente e solidale. 

On. Gianni Farina
Roma, 23 dicembre 2011