La stagione delle responsabilità

Care democratiche e cari democratici
Cari e care connazionali,

il quadro politico italiano, nonostante i limiti di un risultato elettorale non risolutivo e le tensioni nate intorno all’elezione del Presidente della Repubblica, si va ricomponendo. Per quanto possibile, naturalmente, in una situazione ancora tanto precaria, sul piano interno e su quello internazionale. E’ nato il Governo Letta di ampia coalizione, una soluzione frutto della necessità e della responsabilità. La necessità di mettere mano ai problemi più urgenti, soprattutto il lavoro, prima di cadere in una deriva irreversibile; la responsabilità di mettere la forza ricevuta dall’elettorato – il PD primo partito grazie ai voti dei cittadini italiani all’estero! – al servizio del Paese, anche quando sarebbe più comodo ripararsi in ridotte propagandistiche e coltivare gli orticelli dei sondaggi. Certo le distanze tra le forze che sostengono il nuovo governo sono evidenti e ampie. Avanti, dunque, con impegno, generosità e quel senso di responsabilità che il Presidente Napolitano ha indicato come segno distintivo di questa transizione politica e di questa legislatura. Una legislatura che avrà vita e durata solo se si rivelerà capace di sciogliere alcuni nodi molto intricati e rispondere alle attese più stringenti.

Gli italiani all’estero nel programma di Enrico Letta
Le domande che all’inizio di ogni legislatura gli italiani all’estero si pongono, almeno da quando nel 2006 è entrata a regime la circoscrizione Estero, sono sempre le stesse: quale spazio occuperà la comunità italiana all’estero negli orizzonti strategici della classe dirigente italiana? si capirà che l’Italia ha nelle mani una formidabile leva per la sua proiezione internazionale, purché la sappia utilizzare con convinzione ed intelligenza? dopo l’orribile sequenza dei tagli alle risorse destinate alle politiche emigratorie, ci sarà finalmente il riconoscimento della “produttività” degli interventi necessari a promuovere l’italianità nel mondo?  Il Presidente Letta, nel discorso fatto alle Camere in occasione della fiducia, ha detto che il suo governo si propone di valorizzare i “nuovi italiani” e gli italiani all’estero. Importante affermazione, soprattutto perché fatta in un contesto di annunci programmatici. Ma ora si tratta di vedere come questi buoni propositi si traducono in fatti. A partire dalla legge di stabilità finanziaria che tra pochi mesi approderà in Parlamento. Devo dire, ad esempio, che nell’attribuzione della delega per gli italiani nel mondo, affidata, sembra, al viceministro Bruno Archi, forse il ministro degli esteri poteva fare di meglio. Francamente, però, avrei preferito una responsabilità politica piena e non a mezzo servizio con altri incarichi, per di più affidata a un diplomatico, abituato a considerare gli italiani all’estero più utenti di servizi amministrativi che una forza sociale e culturale da valorizzare in un quadro di espansione del Paese. Ma, ripeto, aspettiamo i fatti. Credo, così, che da quando in Parlamento siedono i rappresentanti espressi dai cittadini italiani all’estero, è arrivato il tempo di superare atteggiamenti di pura rivendicazione e di assumere l’iniziativa per mettere al centro dell’agenda politica le migrazioni, tutte le migrazioni: quella storica degli italiani, quella di chi arriva in Italia per viverci e lavorare, quella di chi oggi attraversa i confini per cercare un lavoro qualificato. Per fare questo, occorrono strumenti istituzionali nuovi che ci consentano di dialogare da pari a pari. Per questo ho proposto di istituire una Commissione bicamerale forte, capace di diventare un osservatorio parlamentare sulle migrazioni e di richiamare l’attenzione del governo, dei gruppi politici e dell’opinione pubblica sulla necessità di costruire politiche adeguate in questo campo. Sulla Bicamerale  tornerò prossimamente, per ora mi basta ribadire che le esortazioni non bastano più, ci vogliono strumenti incisivi e riconosciuti.

Anche i saggi dicono stupidaggini
I “saggi” nominati da Napolitano per proporre alle forze politiche alcuni spunti programmatici di governo, nel documento dedicato alle riforme istituzionali hanno detto una cosa molto poco saggia, anzi, senza offesa per nessuno, quasi stupida.  Mi riferisco all’abolizione della circoscrizione Estero e, nello stesso tempo, al mantenimento del voto per corrispondenza.  Come è possibile abolire l’uno e conservare l’altro? Tanto per cominciare, i saggi hanno poca memoria o non sanno. La circoscrizione Estero fu escogitata, quando di queste cose discutevano persone come Tremaglia e Fassino, per evitare che un centinaio di collegi elettorali “marginali” determinanti, quelli nei quali la maggioranza dipendeva da poche migliaia di voti, nel caso di ricaduta del voto estero direttamente nei collegi, fossero esposti a orientamenti imprevedibili e incontrollabili. Attribuendo invece ad un’apposita circoscrizione un numero determinato di seggi (12 alla Camera e 6 al Senato) questo rischio sarebbe stato ridotto al minimo. Essa, inoltre, fu inserita in Costituzione per dare “effettività” al voto dei cittadini italiani all’estero che prima, dovendo tornare in Italia per esercitarlo, praticamente ce l’avevano solo sulla carta. L’art. 48, poi, demandava ad una legge ordinaria la definizione delle modalità per dare “effettività” al voto. La 459/2001 definì tale modalità nel voto per corrispondenza. Circoscrizione Estero e voto per corrispondenza, dunque, per come sono nati e per come sono intrecciati “staranno insieme come cadranno insieme” (simul stabunt simul cadent). Cinque eminenti costituzionalisti, tra cui un presidente emerito della Corte Costituzionale, dissero che la rappresentanza diretta degli italiani all’estero assicurata da un’apposita circoscrizione era perfettamente legittima in quanto rispondente alle peculiarità storiche e giuridiche della comunità italiana nel mondo. Questo sul piano giuridico. Sul piano pratico, poi, solo chi non sa niente di come funzionano oggi i nostri consolati (quelli sopravvissuti alla “razionalizzazione”, naturalmente), può pensare che essi siano in condizione di inviare tanti plichi separati quante siano le circoscrizioni italiane e ricomporli allo stesso modo quando siano ritornati. Senza contare i costi che un’operazione tanto complicata comporterebbe, del tutto insostenibili con i tempi che corrono. Se si vuole diminuire il rischio di irregolarità nel voto ed elevare il tasso di costituzionalità di esso sotto il profilo della personalità e della segretezza, anziché imboccare strade tortuose e senza uscita, basta mettere mano alle proposte di miglioramento del voto stesso che in passato sono già state presentate. Ad iniziare dalla creazione di democratici comitati elettorali per ogni circoscrizione consolare e dall’inversione dell’opzione, vale a dire dalla richiesta di voler votare per corrispondenza, in modo da pulire una volta per tutte gli elenchi degli elettori e da responsabilizzare i singoli votanti. 

La legge sull’IMU: presto la riforma
Insieme agli altri parlamentari eletti all’estero del partito democratico sono impegnato in prima fila per  cambiare la legge sull'IMU che permette ai Comuni di decidere autonomamente se applicare l'aliquota di prima o di seconda casa. La scorsa settimana abbiamo inviato una lettera al Premier Letta per richiamare la sua attenzione su questa delicata e importante questione. Come saprete il governo ha preparato un decreto e si è impegnato a riformare la legge entro l’estate. Attendiamo entro la metà di giugno una sua risposta. Vi assicuro che nelle prossime settimane continuo la battaglia sacrosanta per porre fine ad un'ingiustizia e vedere accolta la nostra richiesta affinché la casa degli italiani residenti all'estero sia considerata prima abitazione, come gli italiani in Patria. L'attuale legge offre la possibilità agli italiani residenti all'estero di usufruire dello stesso trattamento degli italiani in Patria, ma la stragrande maggioranza dei Comuni per fare "cassa" ha deciso di tassare in modo ingiusto la casa degli italiani residenti all'estero. L'azione che abbiamo rivolto verso i Comuni non è stata sufficiente, ora occorre cambiare la legge. Sono sicuro: ci riusciremo.

Care e cari democratici, care e cari connazionali,
noi del Partito democratico ci siamo fatti carico negli ultimi due anni di grande senso di responsabilità per permettere all’Italia di uscire dall’emergenza. Il risultato elettorale non ci ha permesso di assumerci pienamente il carico del governo. Ora siamo impegnati in un governo di grande coalizione, con un mandato preciso, perché non possiamo e non vogliamo rinunciare ad alcuni punti essenziali delle nostre idee e della nostra missione. L’ambizione del Partito democratico non è il governo delle larghe intese, ma il governo del cambiamento, perché il Paese ha bisogno di riforme!

Cordiali saluti
On. Gianni Farina, Roma 24 maggio 2013