"Procederemo con la massima serietà"

La Giunta per le elezioni della Camera ha istituito, quasi all'unanimità, il Comitato di verifica nazionale per il riconteggio di tutte le schede, siano esse bianche, nulle, contestate, non assegnate o valide, per le elezioni dei deputati alle votazioni dello scorso aprile. Il riconteggio inizierà con un primo 10% dei seggi, ma riguarderà il solo voto nazionale. Resta, dunque, per il momento escluso dalla verifica quello della circoscrizione estero. Se, però, emergeranno irregolarità significative si riconteranno tutte le schede, forse, ma non è ancora chiaro, anche quelle giunte da tutto il mondo per corrispondenza. L’esame di questo primo 10% dovrebbe concludersi entro la fine del luglio 2007: si tratta di circa 6mila seggi in tutta Italia, che, ha spiegato all’Aise Gianni Farina, membro della Giunta e deputato eletto all’estero per L’Unione, "verranno determinati in base ad una scelta di carattere statistico e scientifico". "Il comitato sarà composto da membri della Giunta e vi saranno rappresentati tutti i gruppi politici presenti in Giunta"; poi "sarà scelto all’unanimità e su proposta concordata un presidente del Comitato esecutivo che sarà esterno alla Giunta, il quale sarà incaricato di vagliare i sistemi più moderni per la scelta dei seggi". In che modo, praticamente, avverrà il riconteggio? Verranno riprese tutte le schede dei seggi "campione" e ricontrollate? "Sì, i seggi verranno controllati totalmente, nella loro integrità e sistematicamente. E, se verranno fuori delle incongruenze altamente contrastanti con il risultato ufficiale, si vedrà poi come procedere. D’altronde sono già note le dichiarazioni rilasciate in queste settimane e bisogna procedere con il massimo della serietà".
Nell’eventualità in cui dovessero emergere tante irregolarità da dover ricontare tutte le schede, allora verranno prese in considerazione anche quelle della circoscrizione estero? "Quello sarà un discorso separato. Alcune forze politiche hanno già chiesto il riconteggio di tutte le schede all’estero, come d’altronde hanno fatto per l’Italia. Personalmente, sono dell’opinione che occorra introdurre dei miglioramenti nella legge istitutiva n.459. Anche se la legge è nel complesso buona, è però evidente che ha bisogno di miglioramenti. Ad esempio, nel momento in cui la proposta di legge fu ideata e approvata dal Parlamento, credo sia stato un errore concentrare tutti i seggi dall’estero, circa 800, a Castelnuovo di Porto e, conseguentemente, alla Corte d’Appello di Roma. Lì è successo di tutto e di più, ma era ineluttabile con 5mila dirigenti e 5mila pubblici ufficiali, 900presidenti di seggio, ognuno con 4 scrutatori. E naturalmente ogni partito e raggruppamento ha introdotto il problema della obbligatorietà della rappresentanza. Quindi la situazione era enorme e ingestibile". Ma per Gianni Farina in realtà il problema è a monte. "Se si vuole fare in Italia, lo scrutinio dovrebbe essere decentrato in quattro grandi città, per esempio Roma per l’Europa, Milano per il Sud America, Torino per il Nord America e Napoli per Australia e Sud Africa. In questo modo la scelta dei presidenti e degli scrutatori potrebbe avvenire con un minimo di ordine. Oppure, sarebbe ancora meglio cambiare la L.459 e procedere allo scrutinio nei Consolati di riferimento. Lo si è già fatto per tante elezioni dei Comites ed è andata molto bene".
Al di là di quello che accadrà con il Comitato di verifica, c’è la possibilità che in tempi più o meno brevi venga proposta una modifica alla legge in questo senso? Lo dovremo fare noi eletti all’estero. Personalmente, in ogni occasione, sia all’interno de L’Unione sia in riunioni pubbliche ed anche durante l’ultima assemblea del Cgie, ha sostenuto che la legge è buona, però occorrono assolutamente alcune modifiche sostanziali". A ciò si aggiunga un’altra importante questione che, secondo il deputato de L’Unione, bisogna risolvere: "la questione dell’Aire e dell’Anagrafe consolare, per la quale sostengo da sempre - con qualche attenzione, ma anche molti contrasti - che occorre istituire l’anagrafe degli elettori italiani all’estero, cioé l’obbligatorietà dell’iscrizione volontaria all’anagrafe degli elettori italiani all’estero. In Francia, in Usa e nelle grandi democrazie avviene già così. Con questo sistema si ottengono due risultati molto chiari. Innanzitutto si costruisce un’anagrafe perfetta, perché il cittadino italiano, potenziale elettore, si reca al Consolato e si iscrive dando i propri dati - nome, cognome e ultimo indirizzo - esprimendo così la volontà di votare. E, naturalmente, si semplifica e riduce il numero degli elettori, raggiungendo uno straordinario livello di serietà. Diminuendo il numero degli elettori, infatti, si potrebbe anche introdurre un sistema di spedizione più attento, meno sottoposto a eventuali disonestà soggettive. Si potrebbe, ad esempio, decidere di inviare le schede con una raccomandata con avviso di ricezione. Così l’elettore ricevrebbe la scheda di voto e poi ognuno sarebbe di fronte alla propria coscienza e potrebbe decidere tre cose: buttare la scheda nel cestino, votare con serietà oppure incaricare qualcuno a votare per lui".
Però almeno lo Stato saprebbe che quella scheda è arrivata e alla persona giusta... "...sì, ne avrebbe la conferma assoluta. Credo che, in generale, ciò sia avvenuto ugualmente, ma è chiaro che qualche disfunzione c’è stata". Per Gianni Farina, però, la "disgrazia vera" è stata un’altra: "i senatori eletti all’estero sono stati decisivi per la maggioranza e se questo non fosse successo nessuno avrebbe parlato di elementi di disonestà o di atti che hanno messo in pericolo la regolarità del voto. Tutti avrebbero salutato la consultazione come un evento di straordinaria importanza, quale è. Purtroppo, per una coalizione i senatori sono stati decisivi e questo ha prodotto un elemento di disturbo".
C’è la possibilità che i parlamentari eletti all’estero di entrambe le coalizioni si mettano d’accordo per buttar giù questa proposta di modifica della Legge 459? "È quello che auspico e che ho ribadito anche durante l’assemblea del Cgie. Abbiamo l’esempio storico delle donne, che in questi ultimi decenni, al di là della collocazione partitica e qualche volta persino dei valori, sui temi specifici che le riguardano hanno sempre saputo trovare momenti di grande unità. Sono convinto che anche noi parlamentari eletti all’estero, se pur ognuno collocato nel proprio schieramento, dobbiamo trovare forme e modi di poterci incontrare, discutere e presentare temi e battaglie comuni all’attenzione del Parlamento. Serve un’organizzazione di coordinamento degli eletti all’estero, che ci aiuti ad affrontare insieme quei temi specifici sui quali non ci possiamo dividere, perché gli interessi delle nostre collettività sono evidenti e identici per tutti".
Parlare di una tempistica per il momento è azzardato "Non abbiamo ancora trovato l’occasione di riflettere seriamente come io auspico".
Ma la disponibilità c’é? "Assolutamente".
Raffaella Aronica aise, 15 Dicembre 2006

"I parlamentari dovranno dimettersi dal CGIE"

Dopo la vacanza estiva, il Parlamento italiano riapre i battenti. Superate alla Camera e al Senato le fasi convulse di maggio e giugno, deputati e senatori dovranno affrontare le difficoltà della Legge Finanziaria. I parlamentari oltre ai lavori in aula, alla cura dei collegi elettorali, sono chiamati ad assolvere i particolari incarichi assunti nelle Commissioni. L’On. Gianni Farina è impegnato nella Giunta per le Elezioni e nella Delegazione italiana presso l’OSCE. Dall’ 8 all’ 11 settembre sarà in Montenegro per seguire le elezioni in quel Paese. Il 12 volerà a Parigi in occasione della visita di Stato del Presidente Giorgio Napolitano. A metà settembre parteciperà ai lavori della Commissione europea del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. Nei primi mesi che hanno preceduto l’estate, l’On. Gianni Farina oltre ad abituarsi alla vita pendolare del deputato che lo porta a viaggiare ogni settimana tra Roma e Zurigo, ha iniziato a muovere i primi passi di attività parlamentare. Dopo l’elezione nella Giunta per le Elezioni, recentemente è stato nominato dal Presidente della Camera, Fausto Bertinotti, membro della Delegazione italiana presso l’OSCE. Sono due importanti incarichi che lo vedono impegnato in un lavoro parlamentare particolarmente delicato. Nella Giunta per le Elezioni si trova confrontato, insieme agli altri 29 colleghi, a valutare e definire la correttezza della votazione che ha permesso agli eletti in Italia e all’Estero di sedere sugli scranni di Montecitorio. Nella Delegazione italiana presso l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea (OSCE), composta di 11 parlamentari (7 Deputati e 4 Senatori) e presieduta dal Sen. Carlo Vizzini, Gianni Farina è chiamato ad occuparsi di democrazia, diritti umani e questioni umanitarie. La delegazione, che annovera tra i suoi ex-presidenti anche Giulio Andreotti, dall’8 all’11 settembre si recherà nella Repubblica del Montenegro, e in autunno in Bosnia Erzegovina per seguire le elezioni che si terranno in questi paesi. Mentre nel 2007 si occuperà dei test elettorali in Ucraina e nei Paesi Baltici. In rapida successione, nei mesi di giugno e luglio, Gianni Farina ha presentato tre interrogazioni, dimostrando in questo modo di essersi appropriato delle tecniche parlamentari. Infatti, secondo l’ordinamento giuridico italiano l’interrogazione parlamentare è una domanda che uno o più parlamentari rivolgono al Governo nel suo complesso o a un singolo ministro per essere informato sulla veridicità di un fatto o di una notizia e sui provvedimenti che il Governo intende adottare o ha già adottato. Il ministro interpellato è tenuto a rispondere per iscritto all’interrogazione oppure oralmente in Parlamento. «A questo punto avrò diritto - afferma Farina - a replicare brevemente e a dichiararmi soddisfatto o meno della risposta ricevuta». L’interrogazione parlamentare è uno degli strumenti con cui il parlamento svolge la sua attività di controllo sull’operato legislativo del governo e viene spesso utilizzata anche da membri della maggioranza per il semplice scopo di conoscere e ottenere spiegazioni. «Lo strumento dell’Interrogazione parlamen-tare - precisa Farina - è contemplato in molti altri ordinamenti giuridici europei». La prima Interrogazione, rivolta al ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, riguarda i trasporti transnazionali tra Italia e Francia del Sud. Si tratta di un problema che tocca centinaia di migliaia di passeggeri (frontalieri e turisti) che viaggiano dalla Liguria e Piemonte alla Provence-Cote Azure. La seconda, indirizzata al ministro per lo Sviluppo economico Pier Luigi Bersani, focalizza l’attenzione sulla Scuola Elementare Italo-Svizzera di Basilea (Seis). La terza, chiama in causa il ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, per sollevare il tema del giusto rapporto in Valtellina tra sfruttamento delle acque da parte delle aziende idroelettriche e difesa delle stesse a vantaggio del territorio e dell’ambiente. L’Onorevole Farina, prima di riprendere a pieno regime l’attività parlamentare, nei prossimi giorni intende risolvere un «problema morale - queste le precise parole scandite - che implica il mio modo di fare politica». Ci pensa un attimo prima di rivelarlo: «Pur non essendo incompatibili i due ruoli (Membro del CGIE e Deputato), ritengo che i parlamentari eletti debbano dare le dimissioni dal Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. Come prevede la legge, potranno continuare in un ruolo diverso a dare il loro contributo importante ai lavori del CGIE. Ciò favorirà l’ingresso di altri protagonisti e nuove intelligenze e sensibilità». Per Gianni Farina le dimissioni dovranno essere rassegnate subito, per consentire all’Assemblea generale di ottobre, di eleggere i nuovi organismi dirigenti. «Io le darò - assicura - alla riunione europea che si terrà dal 14 al 16 settembre a Bruxelles». Con le elezioni dei parlamentari all’estero Gianni Farina ritiene che siano maturi i tempi per una riforma del CGIE: «La sua funzione dovrà restare sempre importante e decisiva per i connazionali all’estero. Credo che la prassi elettiva debba cambiare: elezione diretta congiuntamente alle elezioni dei Comites. Occorre - conclude Farina - dare ulteriore forza alla rappresentanza degli italiani all’estero, elevando ed estendendo il processo di democratizzazione avviato con il voto per il Parlamento». Nella riflessione di Gianni Farina si coglie un timore: evitare di restare intrappolati nei palazzi del potere, perché il voto popolare da solo non basta a dare forza ai parlamentari. Un organismo come il CGIE costituisce un raccordo virtuoso tra le comunità e i loro eletti in Parlamento.

Attilio Tassoni realtà nuova settembre 2006 

"Salviamo la Casa d’Italia di Zurigo"

Giovedì 22 gennaio l’Onorevole Gianni Farina (Pd) ha presentato alla Camera dei Deputati un’Interrogazione parlamentare al Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini per chiedere un intervento immediato del Governo allo scopo di  garantire la sicurezza e l’agibilità futura della Casa d’Italia di Zurigo. Lo Stato italiano, su volontà dell’allora Ministro degli Affari Esteri Dino Grandi, nel 1930 acquistò il terreno e l’anno successivo fece iniziare i lavori per l’edificazione che terminarono nel 1932. Il titolare della Farnesina nei prossimi giorni dovrà fornire le chiarificazioni necessarie sullo stato della Casa d’Italia.
On. Farina, come mai si è fatto promotore di questa iniziativa?
Perché ho udito un grido di allarme lanciato proprio da Zurigo, per l’amore verso la città ricca della presenza di una italianità patrimonio collettivo della città sul Limmat. Recentemente è stato costituito un comitato impegnato a promuovere azioni per salvare la Casa d’Italia, perché l’edificio non solo non è più adeguato ai tempi, ma non rientra nelle normative locali circa la sicurezza. Voglio sottolineare che la Casa d’Italia di Zurigo, costruita negli anni ’30 in pieno periodo fascista, è testimone di pagine significative della storia degli italiani in Svizzera. Per segnalare al Ministro Frattini le origini e l’importanza dell’edificio, nell’interrogazione mi sono avvalso di ampi stralci della ricostruzione storica di quegli anni pubblicata dal sito del Ctim svizzero. La storia della Casa d’Italia del Dopoguerra è recente e molti la conoscono. Seppure in tono minore, ancora oggi, nel segno di come fu concepita dall’allora Ministro degli Affari Esteri del Governo Regio, Dino Grandi, conserva un’impronta di marcata italianità.

Quindi lei ritiene che sia un bene al quale la comunità italiana non può rinunciare?
E come potrebbe. Oggi nella Casa d’Italia hanno sede scuole e importanti enti: 1 Scuola Elementare Italiana Statale; 1 Scuola Media (privata) Paritaria (Enrico Fermi); 1 Asilo; il Comites; il Casli (Ente Gestore dei Corsi di Lingua e Cultura); il Bar, ritrovo per gli italiani la sera e il fine settimana; 1 salone per le manifestazioni pubbliche e private. Io ritengo che ora occorra raccogliere la sfida lanciata dalle istituzioni svizzere locali e compiere un salto di qualità. E come? Il Comune di Zurigo impone al Consolato italiano di apportare interventi di manutenzione per assicurarne l’agibilità, soprattutto in considerazione che la maggior parte degli utenti è costituita da bambini e scolari. La richiesta non offre molti margini di mediazione: lo standard dei livelli di sicurezza deve essere compatibile con le normative svizzere. Inoltre, dobbiamo aggiungere, che gli impianti elettrici e sanitari sono obsoleti e usurati. Un preventivo sommario di spesa ritiene che saranno necessari almeno 1,5 - 2 milioni di franchi. Si tratta di una somma che uno Stato può affrontare per ristrutturare un demanio pubblico situato in una città di prestigio come Zurigo.

La Finanziaria del Ministro Tremonti non prevede spese facili…
I soldi si possono e debbono trovare: dentro il bilancio del ministero degli Esteri o con interventi straordinari (leggina ad hoc o nel prossimo decreto  legge mille proroghe e altro). Al di là del giudizio estremamente negativo sull’impianto complessivo del lavoro svolto dal Super Ministro dell’Economia, a cominciare dai tagli contro gli italiani all’estero, io penso al valore del demanio e del patrimonio dello Stato italiano. Voglio citare al riguardo alcune cifre. Nell’ottobre del 2007 è stato portato a compimento un pluriennale lavoro di censimento del patrimonio immobiliare dello Stato effettuato dall’Agenzia del Demanio. I risultati sono stati illustrati alla Commissione Finanze della Camera dei deputati. I dati raccolti riguardano circa 30 mila beni di Stato: 20 mila sono edifici, 10 mila sono terreni. Il Ministero degli Esteri negli ultimi anni ha investito anche nella costruzione di immobili, in particolare a Tokyio (Cancelleria e Istituto Italiano di Cultura progettati dall’architetto Gae Aulenti), che per il loro ruolo simbolico costituiscono un biglietto da visita anche della qualità dell’architettura del design nazionale. Nella relazione di cui sopra, per le concessioni e locazioni, tra il 2001 e il 2006 sono stati incassati per canoni e indennità varie, circa 1.141 milioni di euro. Una somma ingente che può essere in minima parte reinvestita.

Ma una volta non si diceva che il demanio era inalienabile?
Certo, come prescriveve il codice civile all’articolo 823. Poi una legge del 2001 è intervenuta ed ha attribuito all’Agenzia del Demanio il “compito di perseguire il soddisfacimento dell'interesse pubblico adottando criteri di economicità e di creazione di valore economico e sociale nella gestione del patrimonio immobiliare dello Stato”. L’Agenzia del Demanio è nata dalla suddivisione e dal conferimento delle funzioni del Ministero delle Finanze alle quattro Agenzie Fiscali (Entrate, Territorio, Dogane e Demanio) istituite nell'ambito della nuova organizzazione del Ministero dell'Economia e delle Finanze a seguito del Decreto Legislativo n° 300 del 1999.

Quindi la Casa d’Italia potrebbe anche essere venduta?
È un’opzione come quella scelta tra le altre per le sedi consolari in Lussemburgo e a Grenoble, in Francia. Voglio solo ricordare che tra il 2001 e il 2006 le vendite hanno prodotto introiti per 5,2 miliardi di euro. Ma io faccio un appello a tutti, come penso farà il comitato costituitosi a Zurigo per la salvaguardia della Casa d’Italia, contro la dismissione di una struttura che conserva una memoria storica unica e di straordinario valore. Noi dobbiamo chiedere, tutti insieme, al Ministro degli Affari Franco Frattini e al Ministro Giulio Tremonti che la Casa d’Italia non può essere considerata solo un capitolo di bilancio. Qui si tratta di un simbolo di una comunità che rappresenta storia, cultura e identità nazionale.

La battaglia si può vincere?
Se condotta tutti insieme sì. Con un grande progetto di rilancio sul quale lavorerà il comitato testè costituitosi. La Casa d’Italia deve tornare ad essere il luogo centrale delle attività sociali, culturali e politiche dell’emigrazione italiana a Zurigo e nel contesto svizzero. 

La Pagina, Svizzera 23 gennaio 2009

"Proposta di legge: Abolizione canone Rai per i residenti all'Estero"

Gli italiani residenti all’estero vanno esonerati dal canone istituito da un Regio decreto nel lontano 1938. Il pagamento dell’abbonamento RAI si basa su quella legge che disciplinava per la prima volta gli abbonamenti alle radioaudizioni. Nell’articolo 2 si stabiliva che il pagamento del canone “può essere effettuato in unica soluzione, nel quale caso esso è dovuto nell'accennata misura di L. 81, ovvero in due rate corrispondenti ai semestri gennaio-giugno, luglio-dicembre, nel quale caso è dovuto nella misura di L. 42,50 per ogni rata”.

Ancora oggi l'abbonamento si intende tacitamente rinnovato di anno in anno e l'utente è obbligato, senza bisogno di alcun preavviso, al pagamento del canone. Ora l’articolo 153 della legge di stabilità 2016 aggiunge all’articolo 1, secondo comma del Regio decreto: la detenzione di un apparecchio si presume altresì nel caso in cui esista un’utenza per la fornitura di energia elettrica nel luogo in cui un soggetto ha la sua residenza anagrafica.

Quindi oltre alla presunzione della detenzione di apparecchi adattabili alla ricezione di segnali televisivi su piattaforma terrestre e piattaforma satellitare o la presenza di un impianto aereo atto alla captazione o trasmissione dei segnali televisivi, vi è anche la presunzione che collega l’utilizzo degli apparecchi radioriceventi ad un contratto per l’energia elettrica e alla residenza anagrafica nel luogo di detenzione dell’apparecchio.

La mia iniziativa scaturisce non solo per l’ingiustizia fiscale che gli italiani residenti all’estero subiscono nel dover pagare una tassa - anche se in questo caso risulta essere intesa un tributo dopo la sentenza n. 284 del 26 giugno 2002 - per un servizio che viene utilizzato solo parzialmente, ma per chiarire il significato di residenza anagrafica. I cittadini italiani residenti permanentemente all’estero sono iscritti all’AIRE.

Se la casa dei residenti all’estero posseduta in Italia è considerata seconda abitazione, in quanto iscritti Aire, si ricava che essa non è il luogo della residenza abituale. Quindi, non è la residenza anagrafica della famiglia come specificano gli articoli 43 (“La residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale) e 144 (“I coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze de entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa) del Codice civile italiano.

All’articolo 2 della proposta di legge sottoscritta anche dai miei colleghi del Pd eletti all’estero, si individua la copertura dei mancati introiti nei “Fondi di riserva speciale” della missione “Fondi da ripartire” dello Stato di previsione del Ministero dell’economia delle finanze, Tabella n. 2, per gli anni 2016, 2017 e 2018.

Roma, 12 aprile 2016

“450 mila euro di contributi integrativi per gli Enti gestori”

Oltre ai tagli ordinari del 45% subiti in seguito alle misure restrittive della politica di Bilancio del Ministro delle finanze italiano negli ultimi tre anni, gli Enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana in Svizzera si sono visti ridurre di un altro 20% i loro contributi per effetto del tasso di cambio Euro-Franco svizzero. Dai 3 milioni e 400 mila euro del 2008 i contributi sono passati a 1 milione e 780 mila euro di quest’anno. In franchi svizzeri la riduzione è stata molto più consistente: i 5 milioni e 400 mila franchi del 2008 sono diventati 2 milioni e 400 mila. Il taglio in euro del 45%, per effetto del cambio negativo euro-franco svizzero è lievitato al 55% per gli Enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana in Svizzera. Sono i dati emersi nel corso della conferenza organizzata a Basilea dalla Fondazione Ecap e dalla Fopras, nella quale sono intervenuto, sul tema "Quale futuro per i corsi di lingua e cultura italiana in Svizzera".
Occasione in cui è stato ribadito come, a quasi vent’anni dalla gestione mista che vede impegnati sullo stesso campo istituzioni pubbliche e privati sociali, la situazione sia diventata "insostenibile" per gli Enti gestori. L’entità dei tagli è tale da mettere in seria discussione il futuro dei Corsi. In alcune aree della Svizzera è stato sospeso il servizio scolastico e in altre è stato ridotto a scapito della qualità. Sono stati soppressi 151 Corsi, gli alunni da 15 mila sono passati a 13 mila e 400, tre Enti gestori hanno cessato l’attività, un Ufficio scolastico è stato chiuso e un altro è in procinto di chiudere. Per far fronte alla drastica riduzione dei contributi ministeriali, gli Enti gestori hanno dovuto rimediare con l’applicazione volontaria delle quote di partecipazione da parte dei genitori degli alunni, le quali nell’anno scolastico 2009 – 2010 hanno raggiunto la considerevole somma di 1 milione di franchi. Oltre ai problemi finanziari, emergono anche contrasti nella gestione comune tra Enti gestori e consolati. In Svizzera, però, il dibattito sulla lingua italiana assume una rilevanza più significativa rispetto ad altri Paesi: lì, l’italiano è lingua nazionale. Sono molto d’accordo con la presa di posizione della Conferenza federale dei direttori dell’educazione, nella quale si sottolinea che "perdere una lingua significa smarrire la memoria, affievolire i valori della convivenza, costruire, in definitiva, la Leichtkultur che robotizza e disumanizza la società". A Basilea ho rilanciato l’idea di promuovere in Svizzera un convegno nazionale sulla lingua italiana e ha ricordato la proposta sottoposta ai presidenti dei cantoni di San Gallo, Ticino e Grigioni, al Direttore dell’Ufficio culturale della Confederazione, all’Ambasciatore d’Italia in Berna e al Presidente del Comites di San Gallo.
Inoltre mi sono assunto l’impegno di presentare un’interrogazione parlamentare (depositata alla Camera dei Deputati martedì 5 aprile 2011) per chiedere al Ministro Franco Frattini di "valutare urgentemente la possibilità che gli enti possano presentare domande di contributo integrativo per compensare le perdite di cambio di 600 mila franchi svizzeri e poter continuare con successo l’opera d’insegnamento considerata valida e positiva, con l’impiego costante dei docenti, l’ampliamento dei corsi e l’aumento degli alunni, l’avvio di progetti di certificazione, l’estensione dei corsi alle prime e alle none classi, la realizzazione di progetti di insegnamento bilingue il frutto di un impegno intelligente e appassionato".

On. Gianni Farina Roma, 6 aprile 2011