Ibenestanti da una parte, proletari e immigrati dall'altra

Una sistematica e camuffata selezione di classe, sino a portare i giovanni a mentire sui loro curriculum, sul loro nome d’immigrato o sul loro indirizzo, per arraffare uno stage per l’apprendistato o per accedere almeno a quel liceo professionale alternativo che prepara i periti tecnici.
Formalmente egualitario, fondato sulla parità delle opportunità per ogni categoria sociale, per ogni figlio della Francia antica o discendente dei milioni di immigrati, solennemente ispirato ai valori impressi nel tricolore (egalité-liberté-fraternité), il sistema scolastico francese è totalmente inadeguato a forgiare la società del divenire, a costruire quel soggetto pensante collettivo ricco dell’etica della solidarietà, che opera e si riconosce in alcuni essenziali valori, che sono, in definitiva, il cemento con cui si compatta una nazione, ne si assicura il benessere, il rapporto tra la gente. Inadeguatezza, per usare un termine dolce, rispetto alla gravità del fenomeno, che inizia dalla scuola primaria (6-12 anni), la cui frequenza è, diversamente da altri paesi, strettamente legata al luogo di residenza. I figli dei benestanti frequentano la scuola primaria nelle zone residenziali, i figli del proletariato e degli immigrati, la primaria nelle banlieues (strutture scolastiche fatiscenti, giovani insegnanti impreparati a vincere la sfida dell’apprendimento, insicurezza, cultura della separatezza e dell’emarginazione). Fanno epoca le storie delle famiglie che si sottopongono a sacrifici inaccettabili o individuano sotterfugi residenziali, per strappare i loro ragazzi ad un destino già scritto. La scuola delle banlieues di ogni città di Francia, un problema, vorrei dire, una tragedia conosciuta. Si è cercato a suo tempo un rimedio, l’istituzione dello ZEP (zone ecole prioritarie). Un massimo di 15 alunni, la possibilità di un inse-gnamento personalizzato e di recupero. Mancanze di strutture, di finanziamenti adeguati, di insegnanti di alte esperienza e professionalità, hanno di fatto vanificato una pur positiva idea di fondo. Alla primaria segue il collegio (scuola media italiana) di 4 anni (12-16) che prepara i ragazzi all’apprendistato (scuola e lavoro) o al liceo (3 anni), per l’ottenimento del bac (diploma di maturità) e apertura all’apprendimento universi-tario. L’accesso al liceo è legato ad un punteggio frutto della valutazione dell’insegnante e del consiglio di classe con le conseguenze immaginabili. La repubblica sta seduta su una polveriera, pre-para inconsciamente il suo disastro. È, al-meno così io la penso, la fine di un sogno. Ogni popolo ha un sogno: la rivoluzione, i diritti universali. Quelle tre magie (liberté egalité fraternité universale) che incendiarono il mondo, ancora oggi vive e vitali. Gli incendiari che odiano solo se stessi, per usare una felice espressione di André Gucksmann, sono la fine di un sogno. Odiano solo se stessi perché non hanno o non stanno realizzando quel sogno. Riscattare, da figli di immigrati o di proletari francesi, il destino dei padri. Non è una rivolta islamica. È una rivolta francese. È il disprezzo per una società che ha ripudiato, se non nelle manifestazioni esteriori, i valori su cui è nata. È, probabilmente - su ciò bisogna riflettere - il fallimento di un processo integrativo di carattere assimilatorio fondato sui valori repubblicani ma che ha spesso sottovalutato l’importanza delle provenienze, del credo, delle tradizioni storiche e culturali dei popoli che ci vivono. Da qui, il rifiuto del comunitarismo e della diversità tanto presente nella tradizione francese. Di un multiculturalismo che può essere, almeno nelle fasi intermedie, ricchezza aggiunta di ogni nazione. È tutto ciò perdita e abbandono della memoria di una miserevole origine per abbracciare il sogno? Non so rispondere. Certo è che quel sogno, il sogno francese, ristretto e imprigionato negli attuali confini nazionali, mi sembra definitivamente fallito. È fallito nel degrado massificato delle periferie urbane, è fallito come speranza per l’avvenire. Come è fallito il sogno di ogni grande nazione del vecchio continente.La Francia, ma non solo, le nuove generazioni che ci vivono possono ritrovare nuovi stimoli, nuove possibilità di avanzamento umano, sociale e civile in un grande consesso di popoli che si uniscono sotto le bandiere della fratellanza. È l’Unione d’Europa l’avvenire per tutti noi. Attraverso di essa ognuno potrà rinverdire il sogno della nuova frontiera. L’Unione è il pilastro della speranza, il nuovo indispensabile sogno e nonostante il suo attuale e travagliato parto in progress. Per quei giovani francesi, perché non siano portati a odiare solo se stessi. Per i giovani italiani. Per tutti i giovani d’Europa. Certo, dobbiamo prepararci a momenti altamente difficili e complessi. Non dobbiamo, tuttavia, perdere la speranza. Niente è impossibile.
Gianni Farina realtà nuova gennaio 2006