“Anche all’estero voto sempre e comunque”

L’alta partecipazione alle primarie in Europa e nel mondo testimonia che la nascita del Partito democratico ha trovato una vasta eco tra le comunità italiane all’estero. Come nel 2005, quando si votò per la scelta del candidato premier del centrosinistra, il 14 ottobre 2007 ha segnato un’ulteriore tappa nel processo di costruzione della partecipazione democratica alla gestione della cosa pubblica. Walter Veltroni nella sua lettera che ci ha indirizzato ha fatto bene a sottolineare che "con la nascita del Partito Democratico chi vive all’estero ha uno strumento in più per sentirsi nuovamente parte di una nazione, per contribuire alla vita politica italiana". All’Assemblea costituente di Milano saremo oltre 70 delegati eletti nelle quattro circoscrizioni estere. La contaminazione politica e culturale sarà arricchita da quella di genere: uomini e donne equamente ripartiti. Anche se non avremo modo di eleggere i gruppi dirigenti e i coordinatori continentali, avremo modo di conoscerci e di sentirci soci fondatori del Partito democratico.  Le primarie del 14 ottobre, a differenza delle precedenti, contengono una novità più marcata rispetto a due anni fa, dove appena appena affiorò. Questa volta i connazionali sono stati chiamati a concorrere alla scelta deldel nuovo partito su iniziativa dei Democratici di sinistra e della Margherita. La risposta è stata forte e decisa. Non solo si ritiene che occorra avviare urgentemente un ampio rinnovamento della cultura e della prassi politica in Italia, ma di dare vita urgentemente a nuove forme organizzative anche all’estero per esprimere al meglio le potenzialità della politica. Se la frammentazione politica, che in Italia porta a porre in primo piano unicamente il particolare, è il vulnus che devasta la società e le istituzioni del nostro Paese, la frammentazione organizzativa, che caratterizza la mappa sociale delle comunità italiane all’estero, è la pesante eredità del fenomeno migratorio degli anni ’50 e ’60.  Dagli anni Settanta e sino agli anni Novanta, l’emigrazione visse uno straordinario processo di crescita: associazioni e partiti si estendevano e radicavano sul territorio in tutt’Europa. Si formarono, inoltre, infiniti organismi unitari allo scopo di dare forza e visibilità ad una forza sociale emergente. Successivamente, tra la fine del 1900 e l’inizio del nuovo secolo, abbiamo assistito ad un indebolimento strutturale del tessuto associativo. Un processo che si è arrestato con il voto, il quale ha rappresentato un fatto straordinario in grado di ridare ai connazionali vitalità e speranze mai sopite. La comunità italiana all’estero, con il voto, dallo stato liquido è passata allo stato solido, rovesciando la formula del celebre sociologo oggi tanto in voga, Zygmunt Baumann, quando in Modernità liquida, delineando i più importanti cambiamenti della nostra società, ci spinge a ripensare strategie e obiettivi politici. No mi illudo che il voto abbia risolto tutto. Il voto ci ha permesso di ricominciare da una nuova premessa. Gli italiani all’estero hanno conquistato una loro cittadinanza politica in assenza di uno spazio in cui costruire un mondo comune e valori condivisi. Il Partito democratico può rispondere in modo più mirato a questa domanda di spazio politico, nel quale esprimere militanza e partecipazione politica; soprattutto in Europa, dove il Pd può essere lo strumento anche per rispondere alle sfide della costruzione europea con la partecipazione delle nostre comunità e con la mano tesa alle forze del socialismo europeo. Per costruire questo Pd vorrei che partissimo dall’idea di non circoscrivere rigidamente i suoi confini: chi è dentro e chi è fuori. Io penso a confini mobili, flessibili, in grado di tendersi e comprimersi quando è necessario. Penso ad un partito formato di iscritti e non iscritti, che si avvicinano via via a seconda dei temi e delle battaglie che porta avanti, che assomiglia ad una sorta di "Unione democratica" capace di stare in sintonia con movimenti e associazioni, di soggetti che sono tanta parte della nostra storia passata e del futuro che ci attende. Un partito che valorizzi patrimoni e appartenenze, sappia parlare ai giovani e ragazzi figli della nuova Europa. Una "Unione italiana ed europea" che parli alla società con la consapevolezza che la caduta delle ideologie non ci ha fatto dimenticare i valori su cui abbiamo costruito il nostro destino: essere uomini e donne liberi tra liberi e uguali. Siamo sulla strada giusta. Le primarie all’estero hanno parzialmente impedito di concepire il Partito democratico come frutto di un accordo tra gruppi dirigenti rappresentanti di aree residuali, spesso in combutta tra loro per conquistarne il ruolo di egemonia e di guida. Io penso ad un Pd collocato nell’area dei partiti del socialismo europeo, con i quali abbiamo condotto le più limpide battaglie per l’affermazione di società solidali fondate sul principi della pari dignità tra i diversi, con forze sociali, movimenti ambientalisti (l’ambiente, ormai tema di cultura generale) e progressisti dentro i quali già militano tanti nostri connazionali. Difendere, vorrei dire, una identità per poter andare oltre, portando un bagaglio di tante e importanti esperienze. Il sogno americano è per noi l’Europa, la sua costruzione unitaria. La nuova sfida sta in riforme civili e democratiche di livello comunitario che sappiano reinventare un nuovo concetto di cittadinanza e di democrazia. Per dirla con Edgar Morin, possiamo affermare che l’interdipendenza fra gli individui consiste nel fatto che essi vivono in una "comunità di destino" nella quale ogni individuo sente di appartenere, aggiungo io, "all’Europa-Patria" segretario del Partito democratico e alla fondazione

On. Gianni Farina aise – Inform, 25 ottobre 2008